Monica Fabris da 12 anni puericultrice in alcune strutture ospedaliere.


MdG: Chi è e che cosa fa la puericultrice?
Monica: E’ una figura sorta nata nei primi dell’Ottocento in Francia e si chiamava “nurcery”. La puericultrice si occupa del bambino da 0 a 3 anni: quindi dalla nascita al terzo anno di vita. Può essere educatrice all’asilo nido. Invece, da 0 a 4 giorni è la persona preposta a dare le prime cure al neonato. Neonato però sano: ribadiamo il neonato sano. Non un neonato patologico o con dei problemi. Partecipa all’evento nascita, prende questo bimbo con la presenza degli altri operatori, fa il bagnetto, le altre profilassi obbligatorie, sistema il bimbo e lo dà in braccio… al papà. Da pochi anni lo dà in braccio al papà. Invece prima la puericultrice era la “custode”, che è una parola brutta, era la custode del bambino nei primi giorni di vita. C’erano i famosi nidi chiusi, le nurcery chiuse. E il bambino non era tanto della mamma nei primi giorni, ma era soprattutto della puericultrice. Se ne appropriava e gelosamente lo custodiva. Poi finalmente abbiamo capito che il bambino non è della nurcery, non è della puericultrice, ma è della mamma e del papà. Ecco perché abbiamo rivoluzionato un po’ le cose. Ecco che in sala parto la puericultrice si stacca dal bambino per dare un occhio al papà: la mamma in quel momento è in secondamento.

MdG: Quindi interviene nella fase del parto?
Monica: Attivamente. Così almeno da un po’ di anni. È una figura fisiologica, non è che faccia molti interventi sul neonato appena nato. È importante nei giorni dopo il parto: aiuta la mamma, aiuta papà a cambiare il bambino, a conoscere di più il suo bimbo. Nel bagnetto, nella medicazione del cordone ombelicale, nel massaggio, in queste cose che via via negli anni si sono sempre più evolute. Prima si medicalizzava molto di più, adesso si medicalizza molto meno. Prima si usavano medicinali, adesso si usano cose omeopatiche. Per il cordone ombelicale dal ’90 che faccio questo lavoro io ho già usato alcool, cicatrene, bialcol, acqua ossigenata, mercuro cromo fino ad arrivare adesso, dopo dodici anni che faccio questo lavoro, all’arnica echinacea in polvere. Sarebbe meglio non usare nulla: una volta non si usava nulla. Ma adesso in un mondo in cui tutto deve avvenire in fretta e le mamme sono terrorizzate da questo cordoncino che avanza fuori e bisogna fare in fretta a farlo cadere… ecco perché si è arrivati ad usare qualcosa…. Ah, dicevo, al nido è una figura di educatrice.

MdG: Il nido ospedaliero cos’è?
Monica: Il nido una volta era un posto dove la puericultrice era impegnata di più col bambino. Adesso la puericultrice si è visto con il rooming – in che è impegnata molto di più: perché non è più impegnata con il bambino, perché nel rooming – in il bambino è dalla mamma, non c’è più il nido chiuso dove i bambini erano visti dal vetro ed erano dati alla mamma solo per mezz’ora per il pasto. La puericultrice adesso è molto più impegnata perché ha il bambino poco, ma ha mamma e papà. La puericultrice adesso va in sala parto, poi con il rooming – in il bambino è nelle camere e quindi fa assistenza anche a mamma e papà. Spesso mamma e papà sono alla prima esperienza e, quello che prima avveniva tra le mura domestiche, adesso avviene qua. I genitori nei primi giorni si sentono angosciati e ti buttano addosso tutte le loro angosce, le loro perplessità, le loro paure. Cose allegre non te le dicono. Le loro felicità le puoi vedere, ma…

MdG: Che cos’è il rooming – in e qual è la tua opinione.
Monica: Ho conosciuto il rooming – in quando sono andata all’ospedale di Monza. Io lavoravo all’ospedale di Cittiglio, un ospedale piccolo, dove nascono pochi bambini e c’era un nido chiuso come quasi tutti i nidi non solo a livello italiano, ma a livello europeo si può dire. Sono andata a Monza dove facevo il corso di psicoprofilassi e c’erano queste ostetriche che erano più avanti… Comunque mi piaceva questo fatto di avere… comunque ci credevo. Solo che come in tutte le cose ci deve credere il primario, ci devono credere gli operatori e questa cosa non è avvenuta. Poi nel ’97 abbiamo avuto la possibilità di farlo. Comunque rooming – in sta per bambini in camera con la mamma, quindi a stretto contatto con la mamma. Si intende la possibilità per la mamma di stare nella stessa stanza con il figlioletto quando e per quanto tempo vuole: 24 ore su 24. questo aiuta ad intrecciare il primo legame affettivo, un continuo ed esteso contatto e per la donna un’opportunità di prendersi cura dall’inizio del bambino, di conoscerlo, di sentirsi più sicura. Di offrire il proprio seno alla creatura che le sta accanto che potrà trovare il seno materno quando vuole, senza dover sottostare alle rigide regole che rispondono solo alle esigenze di servizio del nido. Prima tutto era un discorso di organizzazione del lavoro nostro: non si guardava a quello che erano le esigenze del bambino. Certo poi il rooming – in è stato fatto per incentivare l’allattamento al seno da quando si è riscoperto che il latte materno è il miglior alimento per il bambino. Anche qua è cambiato proprio tutto il sistema: prima il latte artificiale veniva visto proprio come la manna. Io sono pro rooming – in e sono stata proprio contenta di venire qui a lavorare. Quello che mi dispiace è che c’è una specie di divario, non c’è continuità con la preparazione al parto: è come avvenuto un distacco tra noi e le ostetriche. Comunque le mamme vanno a casa che sanno fare delle cose fatte con il nostro ausilio. Il rooming – in segue molto le esigenze del bambino e la mamma conosce prima le esigenze del suo bambino.

MdG: Com’è stato accolto?
Monica: Male, soprattutto dalla vecchia guardia, come la chiamo io. La mamma partorisce e non capisce niente: questa era l’idea. Quindi secondo me non era stato accolto molto.

MdG: E invece dalla parte dei genitori?
Monica: Penso bene. Sai, io questa domanda me la sono sempre fatta. Questa domanda a qualche mamma l’ho chiesta. Suddividerei proprio con un 50%. È un fatto di moda: sono molto vincolati da quello che è di moda. Però ci sono mamme anche spaventate dal fatto che subito dopo il parto hanno lì il bambino. Anche quando lo vivono è ancora un 50%. È molto stancante, ma sono contente.

MdG: Arrivando a parlare dei papà: tu li vedi in sala parto pochissimi minuti dopo la nascita…
Monica: Io li osservo. Il papà presente è 9 volte su 10. anche di più. Un 95%. Altrimenti entrano la mamma o l’amica. Mai un uomo come figura di supporto… I papà secondo me sono un po’ impreparati. Secondo me era ora che si arrivasse a pensare un po’ alla loro preparazione. Al papà forse ci abbiamo sempre pensato anche perché se no non saremmo arrivato a prenderlo in considerazione e a farlo entrare in sala parto. Però bisogna preparali. Io sono, li guardo e vedo gli occhi di questi papà che sono… non impauriti… spaesati, no diverso… e poi quando gli dai in braccio il bambino: “Oddio, come me lo dà? Non sono capace”. Incapaci, impreparati. Per esempio il bagnetto non mi è mai capitato che facciano il bagnetto. Non esprimono e non si esprimono.

MdG: Non sono preparati al fare o non sono preparati psicologicamente?
Monica: Psicologicamente. Al fare… si impara, poi è il loro bambino,… al fare è il meno. Nella donna il senso materno è già più insito, in uomo il senso paterno non lo so. Lo deve diventare. Forse dal giorno in cui dice alla sua compagna “Perché non facciamo un bambino”. Il mio consiglio è che siano più preparati: o preparati dalle mogli, dalle compagne o da soli. Dovrebbero preparasi loro stessi, con una preparazione proprio loro all’avvenimento cui stanno per partecipare. Consiglierei dalla cosa più semplice che è sognare, che poi tanto semplice non è, al sedersi davanti alla televisione e guardarsi un film o un documentario sul concepimento, sulla nascita del bambino. O prepararsi con dei corsi, con delle persone molto più competenti sicuramente di me. Sono impreparati al ruolo del papà in sala parto, ma sono ancora più impreparati al ruolo del papà nei giorni successivi al parto. È un uomo confuso: non parlo più del papà. È un uomo confuso. Entra nel ruolo materna, quando invece non deve entrare nel ruolo della mamma. Vuole fare la mamma: sanno loro cos’è meglio per la donna, per il bambino. Ma in quel momento non fai il papà: non pensi al bene del bambino. Non ascolti l’operatore che pensa solo al bene del bambino. Non esiste più l’uomo uomo. La mia esperienza è questa qui. Uno scambio di ruoli. Si è preso un’importanza che nessuno gli ha dato, perché, poverino, non è che nessuno l’abbia mai preso in considerazione. Poi molte donne scaricano volentieri sui papà i problemi. Ecco che noi abbiamo papà qui 24 ore al giorno.

MdG: Sono molto presenti?
Monica: Molto. Secondo me, scusami: TROPPO! I papà sono una cosa importante. Poi noi a tante domande cui dovremmo rispondere alla mamma, rispondiamo al papà. Cerchiamo di mantenere l’ordine: la mamma fa la mamma, il papà faccia il papà. In sala parto non sanno neanche cosa sta succedendo: è un’emozione forte. È nei giorni dopo che nasce il problema.

MdG: Quando vanno a casa?

Monica: Quando vanno a casa il riscontro che abbiamo è al telefono. Sono lo che chiamano ed è qui che si sostituiscono alla moglie… A casa, secondo me, vanno a lavorare e dopo dieci giorni si sono già rotti le balle, scusa la frase! Non c’è continuità. Perché alla base, secondo me, non c’è quella famosa continuità: si inventano tutto. Diventano mammoni, i paparoni, di riuscire ad assistere al parto poi si sentono male perché non sono preparati neanche a quello. Per il bambino il nucleo familiare è importante: c’è la mamma, c’è il papà però i ruoli…

MdG: Grazie, Monica!